Isola di Salina: Storia e turismo
Il profumo della storia a Salina terra di Malvasia, capperi, cielo e mare
Salina al tramonto ha i colori della Malvasia. Le case bianche sparse sopra tappeti di vigne ricamati da muretti filettati di capperi, si macchiano d'ambra e trattengono gli ultimi raggi di sole come topazi gettati sul tavolo verde da un bizzarro giocatore. Una tregua ai colori accesi dalla luce furiosa del giorno su fronde, vigne, orti e terra. Col mare che spalma sull'isola una vernice liquida che dona trasparenza e profondità ad ogni angolo. Nuance e profumi che la Malvasia concentra nei suoi grappoli e li fa rivivere nel bicchiere, sintesi straordinaria di un territorio che si identifica nell'uva fino a calzarne la storia. Difficile stabilire con esattezza il principio della vite. Il dibattito è ancora oggi apertissimo fra i sostenitori delle origini greche e quelli che invece ne attribuiscono la primogenitura ai veneziani. I testi classici a cui si farebbero risalire le ascendenze elleniche del vitigno, citano piú volte la Malvasia senza però accreditarla ad un luogo preciso. E' quella delle Lipari? Non c'è riscontro, ma nemmeno prova contraria.
Storico della Malvasia è il professore Marcello Saija docente di storia nella facoltà di scienze politiche dell'università di Messina. Ha dedicato tutti i suoi studi a ricostruire la storia di questo vitigno.”Mi dispiace, ma i greci non c'entrano nulla. La Malvasia di cui tanto parlano i romani non è quella delle Lipari”. Secondo Saija la vera storia è un'altra, collegata al culto di Santa Marina che a Salina ha origini nel 1622 con la costruzione di un piccolo oratorio dedicato alla beata. Le popolazioni veneziane inseguite dai turchi si rifugiarono su queste isole, portandosi dietro la devozione per questa icona e le barbatelle della Malvasia. Questa uva ha regalato a Salina uno splendido XIX secolo: traffici per mare con mezzo mondo, una flotta di piú di cento velieri, una popolazione superiore a 9.000 abitanti. La tragedia però era dietro l'angolo. Nel 1889 la filossera in 18 mesi distrusse i vigneti. Non sono bastati cinquanta anni per ricominciare. Il primo a rimettere a posto gli impianti e a commercializzare di nuovo la Malvasia fu Nino lo Schiavo negli anni '30.
Ma il vero protagonista del rilancio in grande stile di questo nettare ambrato è Carlo Hauner, un bresciano giramondo di origine boema che negli anni '70, innamorato delle Eolie, decise di stabilirsi a Salina per sempre. Perché? “Lui amava rispondere così”, racconta il figlio che ha ereditato alla sua morte le redini dell'azienda: “Salina in quegli anni era un paradiso, impossibile voltarle le spalle. Aveva solo un piccolo difetto: il vino era di gran lunga inferiore al territorio. Io ho solo cercato di aggiustare il tiro”. Oggi nella sua cantina lavorano 20 persone, tecnologie all'avanguardia, ma anche zappa e piccone. In pochi anni la produzione è passata da 40.000 a 100 mila bottiglie. L'ultimo imprenditore a scommettere su Salina è Giuseppe Tasca, produttore di Tasca d'Almerita. Lui giura di essere approdato qui per motivi sentimentali. “Poi naturalmente oltre al cuore ci ha spinti una esigenza commerciale: nel nostro paniere mancava un vino dolce”. L'obbiettivo è ambizioso: portare per il mondo la Malvasia delle Lipari.
Per non rinunciare alla competitività sui mercati mondiali è sorto nel 1999 il Consorzio di tutela del vino Malvasia, a cui aderiscono sette aziende produttrici che imbottigliano sull'isola. L'obiettivo è il riconoscimento della DOCG. Per comprendere meglio il lavoro di questi coraggiosi imprenditori, valgono di piú le cifre: nel 1980 gli ettari coltivati a Malvasia erano poco piú di quindici, oggi sono quasi novanta, cinque anni fa erano ancora meno della metà. Ma se la produzione è aumentata, di contro non sono diminuiti i problemi: piove poco e in periodici sempre piú concentrati, manca una irrigazione di soccorso, i trasporti con la terraferma sono costosi, non esiste un adeguato piano di viabilità rurale. Piú di cento persone lavorano a tempo pieno nelle cantine dell'isola, la resa dell'ultima vendemmia è di 400 ettolitri . Vista da vicino la Malvasia è un liquoroso gentile dal colore e dai profumi decisi e facilmente identificabili. Il DPR della DOC è del 1973: 95% Malvasia, 5% Corinto nero. Il Corinto nero dà colore al vino, suoi sono i riflessi rossastri, la stabilità cromatica.. Può essere di tre i tipi: naturale a 11,5 °; passito a 18° ; liquoroso a 20°. L'allevamento è a spalliera su terreni in pendenza.
L'acino è piccolo e delicato. Il vitigno poco produttivo, ha tralci lunghi, buccia resistente, sviluppo vegetale considerevole. Oggi la produzione è mirata quasi esclusivamente al passito. L'appassimento sui graticci avviene sui tetti delle case a fine settembre, l'uva è ricoperta da teloni per difenderla da api e vespe, e può durare da 7 a 20 giorni. In studio c'è la possibilità di impiego di camere climatizzate. Spiega Carlo Nicolosi dell'azienda Barone di Villagrande :
“L'appassimento al sole non dà solo cose buone, bisogna andare avanti, creare magari soluzioni diverse per evitare ad esempio i rischi della caramellizzazione degli zuccheri, l'ossidazione”.
Dopo l'appassimento, l'uva finisce in cantina: diraspatura, pigiatura e torchiatura con presse soffici. “La Malvasia deve essere sempre riconoscibile”, spiega Nino Caravaglio, titolare dell'omonima azienda. “Nel bicchiere tutti devono provare le stesse sensazioni: giallo topazio con sfumature rosee, profumo di fiori di ginestra, albicocca, erbe aromatiche, sapore mieloso, mai stucchevole”. La produzione complessiva è : 70% passito, 25% Malvasia, 5% liquoroso.
Un altro dono delle generosa terra di Salina sono i capperi. I primi a commercializzarli ( confezioni da mezzo chilo, un chilo, vasetti da 100 e da 200 grammi) sono stati gli Hauner. Da alcuni anni si raccolgono anche i cucunci ( i frutti dei capperi), molto di moda con gli aperitivi. Il mercato oggi richiede capperi sempre piú piccoli. Le taglie piú grosse sono la base di deliziose salsette ideali per condire appetitosi piatti di pasta, tranci di pesce. Quelli piú piccoli sono squisiti nelle insalate. Il cappero insieme alla Malvasia ha costituito il motore trainante dell'economia dell'isola prima del turismo. E' un prodotto di eccellenza, diverso dai capperi marocchini che oggi invadono i mercati, con profumi piú marcati. I loro bellissimi fiori fanno pensare a magnifiche orchidee. Ci sono piante che possono superare il secolo di vita.
La cultivar piú diffusa nelle Eolie è il tondino, che rispetto alla spinosa produce boccioli piú sodi. La sua forma è tondeggiante, con spine corte. L'epoca della raccolta che avviene a mano, uno per uno, va dalla fine di maggio fino a i primi giorni di settembre. La prima operazione, una volta colti, è di stenderli in un luogo fresco e ombreggiato per evitare che sboccino. Si procede quindi alla salatura. Dopo un paio di mesi e una serie di travasi, sono pronti. L'ultima raccolta è stata di 200 quintali. Ma è a tavola che le essenze e i profumi che allagano l'isola hanno la sintesi migliore.
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